La cucina bergamasca , ma più precisamente la cucina popolare, non lascia traccia nei ricettari, ma può essere ricostruita utilizzando altre fonti quali la letteratura, le cronache e la trasmissione orale del costume.

Luigi Volpi, in un suo libro del 1978 “Usi, costumi e tradizioni Bergamasche” dice:
Le consuetudini, gli usi, i dialetti ed ogni altra espressione di mentalità tradizionale e popolaresca, costituiscono il patrimonio secolare attraverso il quale le generazioni si allacciano alle generazioni, così che il tempo non fa che saldare tutti questi elementi in una armoniosa continuità storica, civile e morale.
E’ il passato che agisce nel presente. In questo saper tramandare sta la conferma di una tradizione ed un costume di civiltà che il trascorrere dei secoli affina e convalida.
Ed i Bergamaschi non solo hanno nelle migliori caratteristiche del loro spirito questo attaccamento alle tradizioni, ma hanno anche dovizia di memorie.

 

Il nostro sforzo è quello di voler essere la memoria delle nostre tradizioni in cucina, non attraverso dei ricettari che altri hanno gia sapientemente scritto, ma con la trasmissione orale e visiva, ripercorrendo passo per passo quelle ricette delle nostre mamme, delle nostre nonne che hanno fatto la tradizione gastronomica della nostra terra e del nostro passato.

Antiche ricette in chiave moderna; non più con i grassi di allora (strutto o burro) che erano un valore energetico indispensabile per il sostentamento del contadino che lavorava la terra tutto il giorno, ma con tecniche di cucinatura ed atrezzature avanzate che mantengono integro il sapore e la genuinità del cibo.